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Fonti dell'incontro sul paterfamilias - prof. Valerio Marotta



Per vedere la diretta: https://www.youtube.com/watch?v=TwmflfGmwgU




Fonti antiche


(le fonti sono ordinate in base alle domande formulate al professore)


Premessa


Dion. Hal. 20.13.2-3

«Gli Ateniesi si acquistarono reputazione perché punivano come rei contro la comunità gli sfaccendati e oziosi che non si dedicavano a nessuna attività utile, e gli Spartani parimenti perché affidavano agli anziani il compito di percuotere con bastoni chi commettesse qualche disordine in luogo pubblico. Ma non si prendevano cura e non sorvegliavano il comportamento domestico, ritenendo che la porta di casa fosse un limite entro cui ciascuno era libero di vivere come voleva. 3. I Romani, invece, spalancavano ogni casa ed estendevano l’autorità del censore perfino all’alcova, a ispezionarvi e sorvegliarvi ogni cosa vi accadesse. Non ritenevano, infatti, lecito a un padrone essere crudele nelle punizioni degli schiavi, o a un padre esser troppo rigido o permissivo nell’educazione dei figli, o a un marito essere ingiusto nei rapporti coniugali con la moglie, o ai figli essere disobbedienti ai vecchi genitori, o ai figli legittimi brigare per conseguire più della loro giusta parte; non tolleravano banchetti e gozzoviglie che durassero tutta la notte, né dissolutezze e corruzioni di giovinetti, né negligenze rispetto al culto degli antenati e ai funerali, né alcuna altra manifestazione contraria al decoro e all’utile della città».


Dionigi di Alicarnasso. Storia di Roma arcaica. Le Antichità romane, a cura di F. Cantarelli, Rusconi, Milano 1984.



Domanda I


Gellius Noctes Atticae

5.19.8-9 «Quanto al nome di adrogatio, esso deriva da questo modo di passaggio in un’altra famiglia che avviene per rogatio del populus. Di tale rogatio queste sono le parole: “Vogliate comandare che Lucio Valerio sia figlio a Lucio Tizio per diritto e per legge come se fosse nato dal padre e dalla madre di quella famiglia, e che questi abbia su di lui potere di vita e di morte come un padre lo ha su un figlio”. Di ciò, così come ho detto, io vi chiedo, o Quiriti.

(“Velitis, iubeatis, uti L. Valerius L. Titio tam iure legeque filius siet, quam si ex eo patre matreque familias eius natus esset, utique ei vitae necisque in eum potestas siet, uti patri endo filio est. Haec ita, uti dixi, ita vos, Quirites, rogo”)».



Domanda II


XII Tab. 5.4

(Riccobono) Si intestato moritur, cui suus heres nec escit, agnatus proximus familiam habeto (Tit. ex corp. Ulp. 16.1; Coll. 16.4.1 [Ulp. l.s. reg. sub titulo de legitimis hereditatibus]).

«Se <il pater> muore intestato e non ha un suus heres, il suo agnato più prossimo avrà i suoi beni».


D. 50.16.195.1-5 (Ulp. 46 ad ed.)

“Familiae” appellatio qualiter accipiatur, videamus. et quidem varie accepta est: nam et in res et in personas deducitur. in res, ut puta in lege duodecim tabularum his verbis "adgnatus proximus familiam habeto". ad personas autem refertur familiae significatio ita, cum de patrono et liberto loquitur lex: "ex ea familia", inquit, "in eam familiam": et hic de singularibus personis legem loqui constat.

Familiae appellatio refertur et ad corporis cuiusdam significationem, quod aut iure proprio ipsorum aut communi universae cognationis continetur. iure proprio familiam dicimus plures personas, quae sunt sub unius potestate aut natura aut iure subiectae, ut puta patrem familias, matrem familias, filium familias, filiam familias quique deinceps vicem eorum sequuntur, ut puta nepotes et neptes et deinceps. pater autem familias appellatur, qui in domo dominium habet, recteque hoc nomine appellatur, quamvis filium non habeat: non enim solam personam eius, sed et ius demonstramus: denique et pupillum patrem familias appellamus. et cum pater familias moritur, quotquot capita ei subiecta fuerint, singulas familias incipiunt habere: singuli enim patrum familiarum nomen subeunt. idemque eveniet et in eo qui emancipatus est: nam et hic sui iuris effectus propriam familiam habet. communi iure familiam dicimus omnium adgnatorum: nam etsi patre familias mortuo singuli singulas familias habent, tamen omnes, qui sub unius potestate fuerunt, recte eiusdem familiae appellabuntur, qui ex eadem domo et gente proditi sunt.

Servitutium quoque solemus appellare familias, ut in edicto praetoris ostendimus sub titulo de furtis, ubi praetor loquitur de familia publicanorum. ....

Item appellatur familia plurium personarum, quae ab eiusdem ultimi genitoris sanguine proficiscuntur (sicuti dicimus familiam Iuliam), quasi a fonte quodam memoriae.

Mulier autem familiae suae et caput et finis est.

«Verifichiamo come assumere il termine familia. E in effetti lo si assume variamente: infatti lo si riferisce sia alle cose sia alle personae. Alle cose, per esempio, nella legge delle XII Tavole con queste parole: adgnatus proximus familiam habeto. Si riferisce la parola familia alle personae, quando la lex parla del patrono e del liberto, in tal modo: in eam familiam. E risulta che la legge parli di distinte personae».

«La parola famiglia si riferisce anche alla designazione di un certo gruppo di individui, che è determinato o in base ad una condizione giuridica propria delle persone che lo compongono o in base al diritto comune derivante da un generale rapporto di parentela. Chiamiamo famiglia con una condizione giuridica propria (familia proprio iure) una pluralità tipologica di persone (plures personas) sottoposte al potere di un uomo solo, o per natura (= il concepimento in iustae nuptiae) o per diritto (= adozione o subordinazione della moglie alla manus del marito), come il pater familias, la mater familias, il filius familias, la filia familias, e, di sèguito, chi ne prende il posto, per esempio nepotes e neptes e così via; si definisce pater familias colui che ha il potere domestico nella propria casa (in domo dominium); con questo nome, infatti, non si designa la sua sola posizione genealogica (personam), ma anche il suo diritto (ius). Ecco perché un impubere sotto tutela è chiamato pater familias. Quando muore il pater familias, tutti gli individui a lui soggetti cominciano ad avere ciascuno una famiglia: tutti infatti subentrano nel titolo di patres familiarum. E la medesima cosa avviene nel caso dell’emancipato: difatti anche questi, divenuto sui iuris, ha una propria famiglia. In base ad un diritto comune diciamo famiglia quella che comprende comunque tutti gli agnati; infatti, sebbene con la morte del padre di famiglia, ciascuno dei figli abbia una famiglia propria, tuttavia tutti coloro che furono sotto la potestà di una sola persona, correttamente si dirà che appartengono ad una medesima famiglia, poiché uscirono dalla medesima casa e gente».

«Siamo soliti anche chiamare famiglie i gruppi di servi, come abbiamo mostrato nell’editto del pretore sotto il titolo de furtis, dove il pretore parla della famiglia dei pubblicani. …

«Ugualmente viene chiamata famiglia quella pluralità di persone che discendono dal sangue di uno stesso remoto genitore (così parliamo di famiglia Giulia), che è quasi la fonte di una memoria comune».

«La donna inoltre è principio e fine della propria famiglia».


Dion. Hal. 2.26 1

Ἃ μὲν οὖν εἰς γυναῖκας εὖ ἔχοντα ὁ Ῥωμύλος ἐνομοθέτησεν, ἐξ ὧν κοσμιωτέρας περὶ τοὺς ἄνδρας αὐτὰς ἀπειργάσατο, ταῦτ´ ἐστιν, ἃ δ´ εἰς αἰδῶ καὶ δικαιοσύνην παίδων, ἵνα σέβωσι τοὺς πατέρας ἅπαντα πράττοντές τε καὶ λέγοντες ὅσα ἂν ἐκεῖνοι κελεύωσιν, ἔτι τούτων ἦν σεμνότερα καὶ μεγαλοπρεπέστερα καὶ πολλὴν ἔχοντα παρὰ τοὺς ἡμετέρους νόμους διαφοράν. 2. Οἱ μὲν γὰρ τὰς Ἑλληνικὰς καταστησάμενοι πολιτείας βραχύν τινα κομιδῇ χρόνον ἔταξαν ἄρχεσθαι τοὺς παῖδας ὑπὸ τῶν πατέρων, οἱ μὲν ἕως τρίτον ἐκπληρώσωσιν ἀφ´ ἥβης ἔτος, οἱ δὲ ὅσον ἂν χρόνον ἠίθεοι μένωσιν, οἱ δὲ μέχρι τῆς εἰς τὰ ἀρχεῖα τὰ δημόσια ἐγγραφῆς, ὡς ἐκ τῆς Σόλωνος καὶ Πιττακοῦ καὶ Χαρώνδου νομοθεσίας ἔμαθον, οἷς πολλὴ μαρτυρεῖται σοφία· 3. τιμωρίας τε κατὰ τῶν παίδων ἔταξαν, ἐὰν ἀπειθῶσι τοῖς πατράσιν, οὐ βαρείας ἐξελάσαι τῆς οἰκίας ἐπιτρέψαντες αὐτοὺς καὶ χρήματα μὴ καταλιπεῖν, περαιτέρω δὲ οὐδέν. Εἰσὶ δ´ οὐχ ἱκαναὶ κατασχεῖν ἄνοιαν νεότητος καὶ αὐθάδειαν τρόπων οὐδ´ εἰς τὸ σῶφρον ἀγαγεῖν τοὺς ἠμεληκότας τῶν καλῶν αἱ μαλακαὶ τιμωρίαι· τοιγάρτοι πολλὰ ἐν Ἕλλησιν ὑπὸ τέκνων εἰς πατέρας ἀσχημονεῖται. 4. Ὁ δὲ τῶν Ῥωμαίων νομοθέτης ἅπασαν ὡς εἰπεῖν ἔδωκεν ἐξουσίαν πατρὶ καθ´ υἱοῦ καὶ παρὰ πάντα τὸν τοῦ βίου χρόνον, ἐάν τε εἴργειν, ἐάν τε μαστιγοῦν, ἐάν τε δέσμιον ἐπὶ τῶν κατ´ ἀγρὸν ἔργων κατέχειν, ἐάν τε ἀποκτιννύναι προαιρῆται, κἂν τὰ πολιτικὰ πράττων ὁ παῖς ἤδη τυγχάνῃ κἂν ἐν ἀρχαῖς ταῖς μεγίσταις ἐξεταζόμενος κἂν διὰ τὴν εἰς τὰ κοινὰ φιλοτιμίαν ἐπαινούμενος. 5. Κατὰ τοῦτόν γέ τοι τὸν νόμον ἄνδρες ἐπιφανεῖς δημηγορίας διεξιόντες ἐπὶ τῶν ἐμβόλων ἐναντίας μὲν τῇ βουλῇ, κεχαρισμένας δὲ τοῖς δημοτικοῖς, καὶ σφόδρα εὐδοκιμοῦντες ἐπὶ ταύταις κατασπασθέντες ἀπὸ τοῦ βήματος ἀπήχθησαν ὑπὸ τῶν πατέρων, ἣν ἂν ἐκείνοις φανῇ τιμωρίαν ὑφέξοντες· οὓς ἀπαγομένους διὰ τῆς ἀγορᾶς οὐδεὶς τῶν παρόντων ἐξελέσθαι δυνατὸς ἦν οὔτε ὕπατος οὔτε δήμαρχος οὔτε ὁ κολακευόμενος ὑπ´ αὐτῶν καὶ πᾶσαν ἐξουσίαν ἐλάττω τῆς ἰδίας εἶναι νομίζων ὄχλος. 6. Ἐῶ γὰρ λέγειν ὅσους ἀπέκτειναν οἱ πατέρες ἄνδρας ἀγαθοὺς ὑπ´ ἀρετῆς καὶ προθυμίας ἕτερόν τι διαπράξασθαι ἔργον γενναῖον προαχθέντας, ὃ μὴ προσέταξαν αὐτοῖς οἱ πατέρες, καθάπερ ἐπὶ Μαλλίου Τορκουάτου καὶ πολλῶν ἄλλων παρειλήφαμεν, ὑπὲρ ὧν κατὰ τὸν οἰκεῖον καιρὸν ἐρῶ.

«Queste dunque sono le leggi eccellenti che Romolo decretò per le donne, con cui le obbligò a essere più rispettose verso i mariti; quelle invece decretate da lui riguardo al rispetto e ai doveri dei figli, al fine di onorare i padri dicendo e facendo tutto quello che il padre comandava, erano ancora più severe e rigorose di quelle e molto superiori alle nostre leggi. 2. Infatti quelle che ordinarono i governi greci fissarono che i figli maschi restassero sotto la tutela del padre per un breve periodo: alcuni stabilirono fino al compimento del terzo anno dalla pubertà, altri finché restassero celibi, altri finché non fossero iscritti nelle liste dei cittadini, come ho appreso dalla legislazione di Solone, di Pittaco, di Caronda, ai quali è riconosciuta una grande saggezza. 3. Per i figli, se disobbedivano ai padri, essi stabilirono pene non pesanti permettendo ai padri di scacciarli di casa e di diseredarli, ma nient’altro. Ma le pene miti non bastano a frenare la follia della giovinezza e l’audacia dei modi, né a condurre alla temperanza coloro che hanno trascurato il bene. Per cui tra i Greci vengono compiuti molti atti irriverenti nei confronti dei padri. 4. Ma il legislatore dei Romani diede, per così dire, ogni potere al padre sul figlio, anche per tutta la vita, sia che ritenesse di scacciarlo, sia di batterlo, sia di tenerlo vincolato ai lavori nei campi, sia di ucciderlo, anche se, per avventura, era già impegnato nella vita pubblica e anche se ricopriva le cariche supreme, e anche se era stimato per il suo zelo verso il popolo. 5. In forza di questa legge alcuni mentre parlavano sui rostri su cose contrarie al senato, ed essendo molto popolari per questo, furono tirati giù dalla tribuna e portati via dai loro padri per subire la punizione che a questi sembrava più opportuna. E mentre venivano portati via per il foro, nessuno dei presenti poteva liberarli, né il console, né il tribuno, né il popolo da essi lusingato e che riteneva ogni potere inferiore al proprio. 6. Ma tralascio di dire quanti uomini valorosi, indotti dalla loro virtù e dal loro zelo a compiere qualche nobile azione che i padri non avevano loro ordinato, vennero uccisi da questi. Come sappiamo di Manlio Torquato e di molti altri dei quali parlerò al momento opportuno».


Dionigi di Alicarnasso. Storia di Roma arcaica. Le Antichità romane, a cura di F. Cantarelli, Rusconi, Milano 1984.



Domanda III


Gai. Inst. 4.69-72a

Quia tamen superius mentionem habuimus de actione, qua in peculium filiorum familias servorumque ageretur, opus est, ut de hac actione et de ceteris, quae eorundum nomine in parentes dominosve dari solent, diligentius admoneamus. 70. Inprimis itaque si iussu patris dominive negotium gestum erit, in solidum praetor actionem in patrem dominumve conparavit; et recte, quia qui ita negotium gerit, magis patris dominive quam filii servive fidem sequitur. 71. Eadem ratione comparavit duas alias actiones, exercitoriam et institoriam. … cum enim ea quoque res ex voluntate patris dominive contrahi videatur, aequissimum esse visum est in solidum actionem dari … ideo autem institoria vocatur, quia qui tabernae praeponitur, institor appellatur. quae et ipsa formula in solidum est. … 72a Est etiam de peculio et de in rem verso actio a praetore constituta. licet enim negotium ita gestum sit cum filio servove, ut neque voluntas neque consensus patris dominive intervenerit, si quid tamen ex ea re, quae cum illis gesta est, in rem patris dominive versum sit, quatenus in rem eius versum fuerit, eatenus datur actio (?) At si nihil sit versum, praetor dat actionem dumtaxat de peculio et edictum utitur his verbis. …

«Poiché tuttavia, sopra, abbiamo fatto menzione dell’azione con la quale si agisce in merito al peculio dei figli di famiglia e degli schiavi, si deve trattare più diligentemente di questa azione e delle altre che si sogliono concedere a loro nome contro gli ascendenti o i padroni. Prima di tutto, il pretore ha istituito, e giustamente, un’azione in solido contro il padre o il padrone, se, per loro ordine, il figlio o lo schiavo hanno trattato un affare, poiché colui che intraprende un affare pone fiducia più nel padre o nel padrone che nel figlio o nello schiavo. Per lo stesso motivo ha istituito altre due azioni, quella dell’armatore e quella dell’institore (negoziante) … Poiché anche quell’affare (quello dell’armatore) appare concluso secondo la volontà del padre o del padrone, si ritenne molto giusto che venisse concessa un’azione per l’intero … Si chiama del negoziante, perché si chiama in questo modo colui che viene preposto a una bottega. E anche questa formula è per l’intero. … Sono state istituite dal pretore l’azione sul peculio e quella sul versamento nel patrimonio. Infatti, sebbene un affare sia stato trattato con il figlio o con lo schiavo senza che siano intervenuti né la volontà né il consenso del padre o (del padrone), viene concessa un’azione nella misura dell’arricchimento, qualora vi sia stato un incremento nel patrimonio del padre o del padrone a causa di quell’affare che è stato concluso (con il figlio o con lo schiavo). (Se, invece, non vi è stato alcun arricchimento, il pretore concede un’azione sul peculio) e l’Editto usa queste stesse parole». …



Domanda IV


Res Gestae divi Augusti 35.1

Tertium decimum consulatum cum gerebam, senatus et equester ordo populusque Romanus universus appellavit me patrem patriae, idque in vestibulo aedium mearum inscribendum et in curia Iulia et in foro Augusto quadrigis quae mihi ex s.c. positae sunt censuit.

«Mentre esercitavo il mio tredicesimo consolato, il senato e l’ordine equestre e tutto il popolo romano mi chiamarono Padre della patria, e decretarono che quell’appellativo fosse iscritto nel vestibolo della mia casa e nella Curia Giulia e nel Foro Augusto sotto la quadriga che in mio onore vi fu posta per decreto del senato».


Cass. Dio 53.18.3

Καὶ ἥ γε τοῦ πατρὸς ἐπωνυμία τάχα μὲν καὶ ἐξουσίαν τινὰ αὐτοῖς, ἥν ποτε οἱ πατέρες ἐπὶ τοὺς παῖδας ἔσχον, κατὰ πάντων ἡμῶν δίδωσιν, οὐ μέντοι καὶ ἐπὶ τοῦτο ἀρχὴν ἐγένετο ἀλλ´ ἔς τε τιμὴν καὶ ἐς παραίνεσιν, ἵν´ αὐτοί τε τοὺς ἀρχομένους ὡς καὶ παῖδας ἀγαπῷεν καὶ ἐκεῖνοί σφας ὡς καὶ πατέρας αἰδῶνται.

«Il termine padre forse dà loro anche una certa autorità su tutti noi, e cioè quella che un tempo i padri ebbero sui figli: non per questo però all’inizio lo si scelse, ma per servire di onore e di monito perché essi amassero i sudditi come figli e i sudditi rispettassero loro come padri».


Call. ? D. 48.22.18pr.

(…….) relegatus morari non potest Romae, etsi id sententia comprehensum non est, quia communis patria est: neque in ea ciuitate, in qua moratur princeps vel per quam transit, iis enim solis permissum est principem intueri, qui Romam ingredi possunt, quia princeps pater patriae est. (retroversione latina di Theodor Mommsen della traduzione greca dei Basilici).

«Il relegato non può dimorare a Roma, benché la sententia non lo precisi espressamente, poiché essa è la communis patria; né egli può entrare o stabilirsi in una città nella quale soggiorna o transita il princeps. È quindi permesso contemplarlo soltanto a coloro i quali possono entrare in Roma: il principe, infatti, è il padre della patria».


Herod. 1.6.4-5

Τοιαῦτά τινα προφασιζομένου τοῦ μειρακίου οἱ μὲν ἄλλοι συνεστάλησάν τε τὴν ψυχήν, καὶ σκυθρωπαῖς ταῖς ὄψεσιν ἐς γῆν ἔνευσαν. Πομπηιανὸς δέ, ὃς πρεσβύτατός τε ἦν ἁπάντων καὶ κατ' ἐπιγαμίαν προσήκων αὐτῷ (συνῴκει γὰρ τῇ πρεσβυτάτῃ τῶν ἀδελφῶν τοῦ Κομόδου), «ποθεῖν μέν σε», ἔφη, “τέκνον καὶ δέσποτα, τὴν πατρίδα εἰκός· καὶ γὰρ αὐτοὶ τῶν οἴκοι ὁμοίᾳ ἐπιθυμία ἑαλώκαμεν. Ἀλλὰ τὰ ἐνταῦθα προυργιαίτερα ὄντα καὶ μᾶλλον ἐπείγοντα ἐπέχει τὴν ἐπιθυμίαν. Τῶν μὲν γὰρ ἐκεῖσε καὶ ὕστερον ἐπὶ πλεῖστον αἰῶνα ἀπολαύσεις, ἐκεῖ τε Ῥώμη, ὅπου ποτ' ἂν βασιλεὺς ᾖ.

Trad. it. (Càssola) «Mentre il giovane metteva avanti i suoi pretesti, gli astanti si sentivano stringere il cuore e, cupi in volto, abbassavano a terra lo sguardo. In nome di tutti parlò Pompeiano, che era il più vecchio ed era legato a Commodo da vincoli di parentela (infatti aveva sposato la maggiore delle sorelle). È giusto – egli disse – figlio mio, e mio principe, che tu provi nostalgia della patria: anche noi, infatti, siamo presi dallo stesso rimpianto del nostro paese. Ma i compiti che qui ci attendono sono più gravi e più pressanti, e fanno tacere il nostro sentimento. In seguito potrai godere la vita della capitale per tutto il tempo che vorrai, e del resto, dov’è l’imperatore, là è Roma».


Erodiano, Storia dell'Impero romano dopo Marco Aurelio, Testo e versione di Filippo Càssola, Sansoni, Firenze 1967.



Domanda V


Gellius Noctes Atticae 5.19.8-9 (supra).


Gai. Inst. 1.55

fere enim nulli alii sunt homines qui talem in filios suos habent potestatem, qualem nos habemus»

«infatti non ci sono quasi altri uomini che abbiano sui loro figli una potestà quale noi abbiamo».


D. 48.9.5 (Marc. 14 inst.)

Divus Hadrianus fertur, cum in venatione filium suum quidam necaverat, qui novercam adulterabat, in insulam eum deportasse, quod latronis magis quam patris iure eum interfecit: nam patria potestas in pietate debet, non atrocitate consistere.

«Si dice il divino Adriano avrebbe irrogato la deportatio (in insulam) a colui il quale aveva ucciso durante la caccia il proprio figlio, che intratteneva con la matrigna una relazione adulterina, poiché lo uccise più come un brigante che in forza del ius paterno: infatti la patria potestas deve poggiare sulla pietas non sull’atrocitas».


D. 48.21.3.5 (Marc. l.s. de delat.)

videri autem et patrem qui sibi manus intulisset, quod diceretur filium suum occidisse magis dolore filii amissi mortem sibi irrogasse et ideo bona eius non esse publicanda divus Hadrianus rescripsit.

«L’imperatore Adriano rescrisse che il padre che si fosse dato la morte poiché si diceva che aveva ucciso il figlio, poteva ritenersi si fosse ucciso piuttosto per il dolore di aver perduto il figlio; e che quindi non si dovevano confiscare i suoi beni».


Gai inst. Fragm. Augustudunensia 86

De filio hoc tractari crudele est, sed … non est post … r … occidere sine iusta causa, ut constituit lex XII tabularum.

Non è possibile tradurre questo passo, a causa delle troppe lacune, ma, alla luce delle sue parole conclusive, parrebbe che, per quest’ignoto Maestro delle Gallie della fine del IV secolo d.C., che stava spiegando il contenuto delle Institutiones di Gaio (170 / 180 d.C. ca.), la legge delle XII Tavole avesse stabilito che non si potesse mettere a morte un figlio senza una iusta causa.


CTh. 4.8.6pr.

[Libertati a maioribus tantum inpensum est,] ut patribus, quibus ius vitae in liberos necisque potestas permissa est[, eripere libertatem non liceret].

«L’importanza della libertà presso i nostri avi era tale che ai padri, a cui è stato concesso [permissa est] il potere di vita e di morte sui figli, non era permesso di togliere loro la libertà»



Domanda VI


Festus, De verborum significatu, p. 247, Lindsay

Si diceva parricida non chi avesse ucciso suo padre o sua madre [non utique is, qui parentem occidisset], ma chi avesse ucciso qualunque uomo non condannato [sed qualemcumque hominem indemnatum]. Che così fosse lo dimostra una legge di Numa, contenente queste parole: «se qualcuno ha ucciso intenzionalmente un uomo libero» [si quis hominem liberum dolo sciens morti duit, paricidas esto] […].


Reth. ad Her. 1.23

Lex: si furiosus existet, adgnatum gentiliumque in eo pecunia que eius potestas esto. Et lex: paterfamilias uti super familia pecunia ue sua legauerit, ita ius esto. Et lex: si paterfamilias <intestato moritur, familia> pecuniaque eius agnatum gentilium esto. Malleolus iudicatus est matrem necasse. Ei damnato statim follicu<lo> lupin<o> os <obuolutum est> et soleae ligneae in pedibus inductae sunt: in carcerem ductus est. Qui defendebant eum, tabulas in carcerem adferunt, testamentum ipso praesente conscribunt, testes recte adfuerunt; de illo supplicium sumitur. Ii, qui heredes erant testamento, hereditatem adeunt. Frater minor Malleoli, qui eum obpugnauerat in eius periculo, suam uocat hereditatem lege agnationis.

«Una legge: se uno si mostrerà pazzo, su lui e il suo patrimonio il potere sarà degli agnati e dei gentili. Altra legge: chi sarà stato giudicato d’aver ucciso il genitore, che egli, incappucciato e legato con cuoio, sia trasportato in fiume. Altra legge: come il padre di famiglia avrà disposto su persone o patrimonio suo, tal sarà il diritto. Altra legge: se muore intestato il padre di famiglia, persone e patrimonio saranno degli agnati, dei gentili. Malleolo fu giudicato <colpevole> d’aver ucciso la madre. A lui, quale condannato, immediatamente fu imbavagliato il volto con un sacco di pelle lupina, e gli furono messi ai piedi i cippi lignei: fu tradotto in carcere. Quelli che lo difendevano portano in carcere le tavolette, alla sua presenza redigono il testamento, erano presenti i testimoni secondo le regole; se ne esegue la pena. Quelli che erano eredi per testamento adiscono l’eredità. Il fratello minore di Malleolo, che si era battuto contro di lui nel processo, reclama per sua l’eredità per la legge dell’agnazione».


D. 14.6.1 (Ulp. 29 ad ed.)

cum inter ceteras sceleris causas Macedo, quas illi natura administrabat, etiam aes alienum adhibuisset, et saepe materiam peccandi malis moribus praestaret, qui pecuniam, ne quid amplius diceretur incertis nominibus crederet: placere, ne cui, qui filio familias mutuam pecuniam dedisset, etiam post mortem parentis eius, cuius in potestate fuisset, actio petitioque daretur, ut scirent, qui pessimo exemplo faenerarent, nullius posse filii familias bonum nomen exspectata patris morte fieri.

«Poiché Macedone, tra le altre cause dell’atto scellerato <che aveva perpetrato> in lui riposte dalla natura, vi aggiunse anche i debiti e poiché, a tacer d’altro, chi presta denaro in crediti d’incerto esito dà spesso ai cattivi costumi alimento al delinquere, pare bene che a chi avesse dato denaro a mutuo ad un figlio in potestà, anche dopo la morte del padre sotto la cui potestà si trovasse, non si conceda azione e pretesa giudiziale, affinché coloro che con pessimo esempio prestassero ad interesse sappiano che, rispetto a nessun figlio in potestà, <prestare denaro> possa diventare un buon credito con la attesa morte del padre».


D. 48.9.7 (Ulp. 29 ad ed.)

Si sciente creditore ad scelus committendum pecunia sit subministrata, ut puta si ad veneni mali comparationem vel etiam ut latronibus adgressoribusque daretur, qui patrem interficerent: parricidii poena tenebitur, qui quaesierit pecuniam quique eorum ita crediderint aut a quo ita caverint.

«Se il denaro è stato ottenuto in piena conoscenza di causa da parte del creditore, al fine di perpetrare un crimine: per esempio, per acquistare del veleno o per procurarsi sicari e assassini prezzolati, con il compito di uccidere il padre: sarà allora passibile della pena comminata ai parricidi non solo colui che ha richiesto il denaro, ma anche chiunque l’abbia prestato o ne abbia fornito la cauzione».


D. 49.9.9pr. (Mod. 12 pand.)

Poena parricidii more maiorum haec instituta est, ut parricida virgis sanguineis verberatus deinde culleo insuatur cum cane, gallogallinaceo et vipera et simia: deinde in mare profundum culleus iactatur. hoc ita, si mare proximum sit: alioquin bestiis obicitur secundum divi Hadriani constitutionem.

«La pena del parricidio, secondo il costume degli antenati è stata regolata nella maniera seguente: il parricida, dopo essere stato fustigato con verghe color del sangue, è chiuso in un otre, con uncane, un gallo, una vipera e una scimmia, poi l’otre è gettato nel mare profondo. Ciò accade quando il mare è vicino; altrimenti, secondo una costituzione del divino Adriano, che egli sia esposto alle bestie».


CTh. 9.15.1 = C.I. 9.17.1

Si quis in parentis aut filii aut omnino affectionis eius, quae nuncupatione parricidii continetur, fata properaverit.

«Se qualcuno affretta il destino di un padre o di un figlio o di qualsiasi altra persona che per somiglianza di affezione rientri nella denominazione del parricidio».




Tutti i testi antichi che non riportano bibliografia sono stati curati e tradotti dal prof. Valerio Marotta in persona





Documenti bibliografici


Alfredo Mordecai Rabello, Effetti personali della "patria potestas". I. Dalle origini al periodo degli Antonini, Giuffrè, Milano 1979;


Giovanni Lobrano, Pater et filius eadem persona. Per lo studio della patria potestas, I, Giuffrè, Milano 1984;

Yan Thomas, La divisione dei sessi in diritto romano, in Pauline Schmitt Pantel (ed.), Storia delle donne in Occidente, I, Laterza, Roma-Bari 1990, pp. 103-176;

Carla Fayer, La familia romana. Aspetti giuridici e antiquari, vol. I, L’Erma di Bretschneider, Roma 1994;

Carlos Felipe Amunátegui Perelló, Origen de los poderes del paterfamilias. El pater familias y la patria potestas, Dykinson, Madrid 2009;


Yan Thomas, La Mort du père. Sur le crime de parricide à Rome, Albin Michel, Paris 2017;


Eva Cantarella, Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi, Feltrinelli, Milano 2017;

Luigi Capogrossi Colognesi, La famiglia romana, la sua storia e la sua storiografia, in Itinera. Pagine scelte di Luigi Capogrossi Colognesi, Edizioni Grifo, Lecce 2017, pp. 159-204;

Monica De Simone, Studi sulla patria potestas. Il filius familias ‘designatus rei publicae civis’, Giappichelli, Torino 2017.



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